IA e scuola, Cartotto: “Sfida per insegnanti e studenti ma sempre con me e mai al mio posto”

Per Andrea Cartotto, docente di scuola secondaria di primo grado e tra i 100 Leader dell’Innovazione Educativa in Italia, la chiave è un approccio antropocentrico, basato sul pensiero critico e sul ruolo insostituibile dell’insegnante. La sfida per gli studenti è imparare a usare l’IA come alleata, senza delegarle il proprio processo di apprendimento.

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L’intelligenza artificiale è entrata nelle scuole italiane. La domanda non è più “se”, ma “come” e “con chi”. Andrea Cartotto, docente di scuola secondaria di primo grado a Sanremo, formatore professionale e formatore di docenti su scala nazionale, da anni lavora sulla didattica digitale a 360 gradi, con particolare attenzione all’IA.

Nominato nel 2024 presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati tra i 100 Leader dell’Innovazione Educativa in Italia, Cartotto spiega perché l’IA va usata in modo consapevole e antropocentrico e perché nessun agente artificiale potrà sostituire l’intelligenza – cognitiva ed emotiva – di un insegnante.

IA a scuola: l’approccio antropocentrico

Oggi la scuola è pronta per utilizzare l’intelligenza artificiale, sia nella formazione sia nel lavoro quotidiano dell’insegnante?

«In tempi molto recenti sono uscite le linee guida ufficiali emanate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito – agosto 2025, versione 1.0. Per la prima volta, nel campo dell’istruzione e dell’educazione, è stato messo nero su bianco che si vuole un approccio antropocentrico. È la definizione ufficiale».

«L’intelligenza artificiale non è altro che una macchina che impara. E, se l’IA è una macchina che impara, la massima cura va posta nell’addestramento di questa macchina. E quindi chi, se non l’essere umano, dovrebbe occuparsi di questo addestramento?».

Dante e l’IA: un chatbot per la Divina Commedia

Concretamente, come fa un insegnante a integrare l’IA nella didattica?

«Io stesso ho scritto due buone pratiche nazionali su BRICS, la rivista ufficiale di AICA. Una buona pratica molto valida anche per alunni con bisogni educativi speciali è l’uso di un chatbot addestrato in modo educativo-didattico per imparare, ad esempio, la Divina Commedia conversando con Dante Alighieri».

Lo studente apre una chat educativa e si mette alla prova con “l’autore”, può chiedere: “Dante, ma com’è andata poi con Beatrice?” oppure, “Dante, non ho capito questo passaggio, me lo rispieghi?”. Sono cose che hanno molto in comune con il lavoro dell’insegnante, ma qui permettono all’alunno, per alcuni momenti, di essere impegnato in una conversazione educativa».

Cartotto insiste però su un punto di partenza: «Le macchine non possono essere perfette. Le macchine hanno le allucinazioni. Le macchine sbagliano, sbagliano sapendo di sbagliare, senza ammetterlo. E questa è una premessa fondamentale per impostare bene tutto il lavoro che viene dopo».

Prompt, allucinazioni e pensiero critico

Dipende da come si dà il comando alla macchina: se il comando è mediocre, la risposta sarà mediocre. È così?

«Sì, assolutamente. C’è una enorme differenza tra chiedere a un qualsiasi modello linguistico, “Crea l’immagine dell’estate” e chiedergli invece “Crea l’immagine di un golfo tranquillo in una giornata estiva di sole, con una barca a vela in primo piano, mentre una decina di persone prendono il sole sdraiate sulla sabbia”. Questo è un prompt preciso. In pratica porti la macchina a fare quello per cui è stata pensata: elevare, con il minimo errore possibile, il suo calcolo di probabilità».

Per Cartotto, più che “intelligenza artificiale” si potrebbe parlare di “emulazione probabile”, anche se «non ci capirebbe nessuno» – ammette, perché per il grande pubblico l’espressione IA richama un immaginario quasi fantascientifico.

Sul problema delle allucinazioni fa un esempio: «Se noi prendiamo Gemini, di Google, uno dei modelli considerati più performanti, nella modalità vocale, linguaggio naturale, uno dei test che faccio vedere ai ragazzi, per spiegare le allucinazioni, prevede che io chieda quali siano i comuni vicini alla città di Sanremo nel ponente ligure. Si scopre che fino a prova contraria, per la macchina, c’è “Vallecrosìa” e se tu la correggi per l’accento, ringrazia, dice che corregge l’accento ma rimane con la pronuncia errata. Di fatto non avanza di un millimetro. Chi studia l’IA, chi la insegna o la usa per fare ricerca tende ad ammettere che non esiste un’intelligenza artificiale ad allucinazione zero».

Infine, richiama il test di Turing e aggiunge: «Non c’è nessuna macchina che vista da fuori tu non diresti essere una macchina. Bisogna essere molto attenti, devi elevare il tuo pensiero critico per cogliere le differenze. Io, come utente umano, devo sempre tenermi un gradino sopra. Se mi abbasso, se mi tengo alla pari o addirittura un gradino sotto, è chiaro che la macchina può agire da protagonista».

Agenti IA: perché non sostituiranno l’insegnante

Oggi si parla molto di agenti IA. C’è il rischio che un giorno possano sostituire l’insegnante?

«Sono categorico: no, non potrà accadere. L’essere umano insegnante, quando lavora, utilizza una intelligenza stratificata: l’intelligenza in senso stretto, coniugata con l’intelligenza emotiva. Parte quindi avvantaggiato rispetto a una qualsiasi macchina, anche rispetto a un’intelligenza artificiale agentica».

Cartotto porta l’attenzione sulla complessità della classe: «Come hai pesato trent’anni di insegnamento dentro una “scatola” digitale, l’agente IA? Cosa hai inserito dentro questa scatola? Sicuramente avrai trascurato qualcosa, perché non puoi codificare tutto: l’alunno iperattivo, l’alunno fragile, l’alunno plusdotato, l’alunno con disturbo specifico dell’apprendimento… Questo panorama così variegato è proprio lo scenario in cui la macchina fa fatica a muoversi. Grande complessità richiederà nel tempo grandi investimenti e potenza di calcolo».

Messaggio agli studenti: non “al posto mio”, ma “con me”

In chiusura, Cartotto lancia un avvertimento ai ragazzi: «Uno studente che oggi ignora l’intelligenza artificiale o, ancora peggio, crede che il sinonimo di IA sia solo “ChatGPT”, sta clamorosamente sbagliando e rischia di perdere un enorme vantaggio competitivo di apprendimento. Perché non ha capito che può accorciare i tempi migliorando la qualità del proprio modo di imparare».

E riassume così il senso della sfida: «Non “al posto mio”, ma “con me”. Questa è la vera sfida e questo è l’approccio giusto».

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