L’economista Prof. Marco Mele è Amministratore Unico del Servizio Fondo bombole metano S.p.a.

La scelta da parte degli Stati Uniti d’America di utilizzare forme di protezionismo al libero commercio internazionale porta conseguenze che potrebbero andar oltre a quelle previste dalle teorie dell’economia internazionale. Se da una parte i padri fondatori del libero commercio hanno dimostrato come l’apertura al commercio internazionale sia in grado di assicurare livelli di benessere e crescita economica maggiori rispetto ad una condizione autarchica, dall’altra emerge chiaramente come allo stato attuale, in condizioni di concorrenza imperfetta e di catene globali del valore, gli effetti avversi di un protezionismo potrebbero ampliarsi in settori sconosciuti ai modelli di Smith, Ricardo, ed Heckscher Ohlin.
In questa circostanza numerosi studi stanno evidenziando, attraverso modelli olistici, econometrici e di machine learning, come, oltre all’export mondiale, a pagare il prezzo più alto di questa politica protezionista saranno gli Stati Uniti e, successivamente, i paesi in via di sviluppo. In generale, l’analisi del moltiplicatore keynesiano del mercato aperto evidenzia chiaramente la possibilità di una riduzione della crescita mondiale con dazi generalizzati a valori uguali o superiori al 10% con picchi di oltre il 50% su beni essenziali quali l’acciaio e l’alluminio con la produzione aggregata che rallenterà del 2,3% nel 2025 per tutto il globo.
A questi effetti, tuttavia, si potrebbe aggiungere incertezza nelle aspettative di investimenti futuri nonché inflazione importata che alimenterebbe un processo recessivo. Il dato che più preoccupa, comunque, e che quindi darebbe ragione alle teorie del commercio internazionale, è l’effetto avverso sui paesi in via di sviluppo che hanno incentrato la loro crescita economica su un principio di globalizzazione e di export led e che, quindi, vedrebbero una regressione del loro PIL pro capite in grado di aumentare drasticamente il numero di persone in povertà estrema.
Ciò che preoccupa dei dazi statunitensi e di una politica volta alla chiusura al commercio internazionale sono le conseguenze ben più complesse rispetto a quelle che ci ha insegnato la teoria economica. Il rischio è che potrebbe essere ostacolato il processo di transizione energetica dal momento che si rallenterebbe il passaggio dagli idrocarburi e combustibili fossili alle fonti rinnovabili. Con i dazi potrebbero essere danneggiati infatti gli stoccaggi energetici ecosostenibili: eolico, solare e mobilità elettrica. Parlare di protezionismo e di dazi vuol dire andare a colpire, attraverso imposte che vanno dal 10 al 50%, importazioni provenienti da paesi che fanno parte delle catene globali del valore; e poiché i mercati delle energie rinnovabili sono fortemente connessi sia a livello reale che finanziario, potrebbero essere colpite le importazioni di tutte quelle materie prime e delle componentistiche necessarie alle fonti rinnovabili attraverso un aumento di prezzo che renderebbe non più conveniente il processo stesso di transizione energetica.
Il sistema del fotovoltaico vedrebbe aumentato il prezzo dell’alluminio e delle celle necessarie per produrre energia dal sole, il comparto dell’eolico, che richiede componenti avanzate come pale e generatori che vengono solitamente importati, con tariffe doganali elevate perderebbero competitività nella fattibilità economica dei nuovi progetti.
Gli Stati Uniti, che rappresentano sicuramente l’economia più vivace sul mercato del lavoro e che ci hanno insegnato che è possibile uscire dalle crisi finanziarie e reali attraverso l’ottimismo di politiche innovative, vedrebbero rallentare un processo come quello della transizione energetica, che richiede un percorso di lungo termine ma stabile
Prof. Marco Mele, Amministratore Unico Servizio Fondo bombole metano S.p.a.






