Il cinema di Giuseppe Carrieri tra corpo, memoria e visione: un gesto di prossimità
I primi piani dei superstiti si avvicendano sullo schermo come cortecce: la loro pelle, scavata e segnata, ricorda le rughe degli hibakujumoku, gli alberi sopravvissuti alla bomba atomica che ancora oggi crescono a Hiroshima. In queste immagini ravvicinate prende forma Libro delle ombre – Hiroshima, 80 anni dopo, nuovo documentario di Giuseppe Carrieri, che affronta l’anniversario dell’esplosione non attraverso la cronaca o la ricostruzione, ma con un gesto di ascolto e prossimità.
Il film si struttura come un percorso visivo tra presente e memoria, in cui la macchina da presa resta accanto — non davanti — ai corpi degli hibakusha, i sopravvissuti. I loro gesti quotidiani, i silenzi, le pause, diventano materia narrativa. Il racconto si sviluppa senza voci off, senza commenti, senza spiegazioni: è lo spazio, abitato dai volti e dalle attese, a guidare la visione.
Dal punto di vista formale, l’opera si fonda su un intreccio di registri visivi e sonori. La fotografia di Emanuele Stalla lavora sull’ombra e sulla luce naturale, cercando negli interni e nei dettagli ambientali la presenza del tempo. Il montaggio, firmato da Elisa Chiari, costruisce una sintassi fatta di sospensioni e discontinuità, che asseconda la lentezza necessaria all’elaborazione. Le animazioni di Maria Matilde Fondi introducono un piano simbolico: non rappresentano, ma evocano ciò che non può essere mostrato.
La musica originale di Edmondo Annoni emerge solo nella parte finale del film, ma la sua presenza, ritardata e calibrata, ha un ruolo decisivo. Il suo intervento sonoro non accompagna, ma irrompe nel silenzio costruito fino a quel momento, evocando l’eco di un’onda d’urto tardiva, quasi trattenuta. Più che sottolineare, la musica sembra riaprire una ferita, chiudendo il film con una vibrazione profonda e non risolta.
Un elemento di particolare rilievo è l’uso degli archivi: mai illustrativi, ma inseriti per frammenti, come se riaffiorassero dalla memoria collettiva. Le immagini del passato non interrompono il flusso visivo, ma lo attraversano in filigrana, restituendo la discontinuità della memoria stessa.
Due momenti risultano particolarmente significativi. Il primo è la lunga sequenza girata all’interno del Peace Memorial Museum, dove la macchina da presa indugia sugli oggetti esposti e sulle superfici, lasciando che sia il vuoto a parlare. Il secondo è la scena conclusiva all’interno di un osservatorio astronomico: lo sguardo si alza verso il cielo, trasformando l’orizzonte cosmico in una metafora di pace possibile. Non una speranza ingenua, ma una responsabilità dello sguardo.
Il film, in collaborazione con Tv2000, è stato sostenuto con i fondi Otto per Mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Il progetto ha inoltre ricevuto il supporto della Hiroshima Film Commission, risultando tra i pochi film internazionali selezionati nel 2024 per l’attenzione e la qualità con cui si confronta con la città e con la sua memoria. Va ricordato che proprio nel 2024, l’organizzazione degli hibakusha è stata insignita del Premio Nobel per la Pace, a riconoscimento del loro impegno pluridecennale per il disarmo nucleare.
Un tratto distintivo del progetto è la presenza operativa degli studenti della Laurea Magistrale in Televisione, Cinema e New Media dell’Università IULM di Milano. Gli studenti sono stati parte integrante della troupe, contribuendo alle riprese, alla preparazione e al montaggio. Non si è trattato di una simulazione formativa, ma di un’esperienza reale, condivisa, in cui l’apprendimento ha coinciso con la responsabilità creativa.
La prima visione di Libro delle ombre – Hiroshima, 80 anni dopo è prevista per il 6 agosto, in seconda serata su Tv2000. Dopo la messa in onda, il film intraprenderà un percorso di diffusione tra festival internazionali e contesti educativi, dove la memoria si fa strumento di confronto intergenerazionale. In un’epoca in cui le immagini spesso urlano, questo film sceglie invece il passo silenzioso dell’ascolto. Non offre risposte, ma lascia aperti varchi: luoghi in cui la visione diventa gesto di cura.