Tra le nuove voci del cortometraggio italiano, Christian Olcese si afferma come autore capace di scolpire l’anima di storie che indagano il senso della memoria e della vulnerabilità umana, muovendosi con naturalezza tra riflessione e suggestione poetica.

Il suo “La ragazza delle gardenie”, presentato con successo all’Ortigia Film Festival, incrocia il destino di Alessandra e le vicende della prozia Rosa, poetessa ligure degli anni ’30, in un racconto che si snoda tra Genova e Cassano Spinola ed è nutrito di emozioni rarefatte e frammenti di diario.
Olcese costruisce un ponte tra generazioni e vite lontane, aprendo il cortometraggio alle domande sulle radici e sulla malattia, sulla resilienza e sulla possibilità di ritrovare bellezza nell’esperienza della perdita. Il paesaggio e la voce fuori campo scandiscono una narrazione che si rifugia nell’intimità, scegliendo una tessitura visiva fatta di luci morbide e parole quasi sussurrate. In questo viaggio nel tempo, la tensione tra nostalgia e rinascita offre allo spettatore lo spazio necessario per cercare la propria connessione con il passato.

Nextenne ha intervistato Christian Olcese in occasione del Basilicata International Film Festival, a Rionero in Vulture...
L’INTERVISTA

“La ragazza delle gardenie” è un cortometraggio in cui il passato e il presente si intrecciano incessantemente: quanto è stato importante il lavoro sulla memoria e sulle radici nel processo creativo e di scrittura? È stato un aspetto fondamentale. Ho voluto intrecciare presente e passato proprio per mostrare quanto siano inseparabili: il passato ritorna, si riflette nel presente e lo condiziona. Mi affascinava l’idea di raccontare un amore rimasto sospeso nel tempo, portato via dagli eventi ma ancora vivo nella memoria di un diario — parole che resistono, che non possono essere cancellate. Mi interessava vedere l’effetto che questa memoria poteva avere su un personaggio come il ministro, travolto dalla sua vita frenetica. Credo che a volte basti poco — una poesia, una canzone, uno scritto — per cambiare prospettiva. È ciò che succede ad Alessandra: leggere quel diario la trasforma. La casa che voleva vendere non è più un peso, ma diventa un rifugio, un punto fermo da cui ripartire, dove ritrovare calma e bellezza. Quando sei un regista giovane, come me, agli inizi, è naturale partire dal proprio vissuto: tendi a credere che, se è importante per te, possa esserlo anche per gli altri. Io non ho fatto altro che raccontare le mie radici contadine: il fatto di aver vissuto per tanti anni in campagna, tra le cicale, il vento e gli alberi gonfi di castagne.Il personaggio di Antonio, il contadino invaghito della poetessa — prozia del ministro — è ispirato in parte alla mia vita. E infatti lo interpreta Francesco Patanè, attore bravissimo ma anche un caro amico da molti anni.
Nel cortometraggio, la voce fuoricampo e le immagini poetiche sembrano dialogare su un unico piano emotivo: che ruolo ha la poesia nel tuo cinema, e quanto conta la ricerca del “non detto”? La poesia ha un ruolo centrale nel mio cinema, così come l’uso della voce fuoricampo. Mi affascina il dialogo che nasce tra immagini e parole poetiche: quando funzionano insieme, riescono a imprimersi nella memoria dello spettatore e diventano ispirazione.Una delle inquadrature del corto a cui sono più legato è la carrellata sui volti dei tre contadini, una sorta di loro presentazione silenziosa, accompagnata dalla voce fuoricampo del diario di Rosa, la poetessa. In quel momento, immagine e parola si fondono in un unico piano emotivo. Anche la ricerca del “non detto” è per me fondamentale. Intendo tutto ciò che non viene esplicitato nei dialoghi, ma che i personaggi vivono e trasmettono con la loro presenza, con l’ascolto, con le reazioni. Il cinema, per me, nasce proprio lì: nei silenzi, negli sguardi, nei tempi dell’attesa. Agli attori ho chiesto, per esempio, di ascoltare la campagna prima di recitare. Di lasciare che l’ambiente parlasse. Di ascoltare prima di rispondere. Questo per me è cinema: un processo di immersione e ascolto, più che di esposizione.
La fragilità di Rosa e la resilienza nel dolore sono ispirate a una figura reale, la poetessa Sara Ciampi: come si è evoluto il personaggio tra ispirazione biografica e invenzione cinematografica? La poetessa Rosa vive nel 1901, e questo mi ha reso impossibile — anche solo per motivi di usi, costumi e linguaggio — essere totalmente fedele alla figura di Sara, che è una donna del nostro tempo. Ciò che ho voluto conservare, e che ho tratto da lei, è la sua tenacia e la passione per la poesia. Chiusa nella sua stanza, con un padre che la controlla e le medicine che la tengono ferma, Rosa non si arrende. La sua ribellione è silenziosa ma potente: scrive poesie, racconta sé stessa in un diario, trasformando il limite in creazione. Proprio come Sara: anche lei è spesso costretta a stare in casa, pur desiderando l’aria aperta. Ma non si ferma: scrive, è impegnata, vuole vivere.Per me, questo è stato un insegnamento profondo: nella vita, le motivazioni sono tutto. Chi si piange addosso, alla fine, sta semplicemente sprecando tempo.
Che valore ha, secondo te, la rappresentazione della fragilità nel cinema contemporaneo? È ancora possibile parlare di poetica attraverso le immagini senza ricorrere all’effetto o al sensazionalismo di mercato? Raccontare senza sensazionalismi o eccessi è il mio obiettivo. Oggi sembra che tutto debba passare per l’impatto: violenza, sangue, shock emotivo. Come se il pubblico potesse essere toccato solo da una scarica adrenalinica.Io invece credo nel tempo della narrazione riflessiva, fatta di respiri, pause, ascolto. Credo nella forza dei sentimenti autentici, che non hanno bisogno di urlare per farsi sentire. Quando accendo un telegiornale, vedo già abbastanza sangue e guerra. Se scelgo di guardare un film, non cerco altro dolore: cerco senso. Cerco il valore di un amore fatto di sguardi, di attese, di accettazione. E credo che questa forma di poetica — intima, essenziale — sia ancora possibile nel cinema, se si ha il coraggio di non seguire il mercato, ma di seguire il cuore.
Il corto è stato accolto con entusiasmo nei festival: come vivi questo riconoscimento e quali sono le sfide maggiori per un autore indipendente nel circuito dei festival nazionali? Il riscontro che sta avendo il corto mi riempie di gioia e orgoglio. Non mi aspettavo, per esempio, di entrare in selezione al Festival di Ortigia, uno dei più importanti d’Italia. Il film sta piacendo dal Nord al Sud e mi sta dando la possibilità di incontrare realtà diverse, tutte unite dall’amore per il cinema. Sono stato accolto con grande calore in Basilicata, a Rionero in Vulture, così come a Nardò, a Ortigia, e a Carrara, dove ho avuto la soddisfazione di vincere il premio per la miglior regia. Presentare il film a Genova, la mia città, al Flight Film Festival, è stato un momento davvero emozionante. Le sfide per un autore emergente, secondo me, sono innanzitutto uscire dall’anonimato. E questo si fa con costanza, passione e voglia di mettersi in gioco. Non condivido, anche se lo rispetto, l’atteggiamento di alcuni colleghi, usciti da scuole di cinema, che si sentono sempre “non pronti” per girare un film perché pensano di dover perfezionare all’infinito la sceneggiatura. Io credo che bisogna fare, fare e fare. È normale che il primo lavoro sia incompleto, e che i film più belli arrivino solo dopo anni di studio e di esperienze, anche di film “venuti male”. Il bello sta proprio nel mettersi in gioco, imparare sul campo e crescere.
Quale messaggio desideri lasciare agli spettatori che, oggi, cercano nel cortometraggio una risposta intima e universale alla fragilità della vita? Non amo lasciare messaggi chiusi, preferisco porre domande. Mi piacciono i finali aperti, quelli che lasciano spazio all’interpretazione personale. Dal mio cortometraggio, come da tutti i miei lavori, mi piacerebbe che il pubblico prendesse ciò che sente più vicino e provasse a comprendere ciò che invece è lontano o diverso da sé. Non credo che si possa insegnare come essere fragili: è una condizione umana che si vive in modi unici e spesso imprevedibili. Anch’io, come tutti, non so nulla della vita, ma credo che proprio questa ignoranza sia ciò che ci spinge a cercare, a chiedere e a confrontarci. In fondo, l’arte serve anche a questo: a farci sentire meno soli nelle nostre domande.






