Nextenne intervista il giornalista Peppe Iannicelli che racconta il suo straordinario percorso da obeso gravissimo a tedoforo olimpico
Con l’approvazione definitiva della Legge Pella lo scorso 1° ottobre 2025, l’Italia è diventata il primo Paese al mondo a riconoscere per legge l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante. Si tratta di un cambiamento epocale che ridefinisce la percezione pubblica e scientifica della condizione, ponendo fine a decenni di stigmatizzazione e approcci inadeguati. La legge rappresenta un punto di svolta nella lotta alle patologie croniche non trasmissibili, una nuova carta dei diritti per milioni di cittadini.
La norma prevede che le prestazioni per la gestione dell’obesità rientrino ufficialmente nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), garantendo diagnosi, terapie multidisciplinari e percorsi psicologici accessibili attraverso il Servizio Sanitario Nazionale; inoltre, introduce un programma nazionale di prevenzione e cura, per promuovere una cultura della salute fondata sull’educazione alimentare, lo sport e il supporto sociale.
A questa riforma si accompagna una visione più ampia, come sottolineato da Iris Zani, presidente della FIAO (Federazione Italiana Associazioni Obesità). Secondo Zaino, questa legge segna un’inversione di rotta, perché riconosce che l’obesità è una vera malattia, non una colpa individuale. È un punto di partenza per la dignità dei pazienti e per una società più consapevole. È un segnale forte: l’obesità, che colpisce oltre 6 milioni di italiani, non è più soltanto una delle principali cause di malattie croniche, ma una questione pubblica, sanitaria e culturale che richiede strategie di lungo periodo.
In questo scenario si inserisce una storia di speranza che ha toccato il pubblico televisivo: quella del noto e valente giornalista Peppe Iannicelli, oggi volto simbolo di rinascita umana e professionale. Ospite de I Fatti Vostri su Rai 2, Iannicelli ha raccontato il suo percorso straordinario: da obeso gravissimo, oltre i 200 chili, a tedoforo olimpico, grazie a un cammino durissimo di rinascita, autodisciplina e supporto medico.
La sua esperienza, seguita con empatia da migliaia di telespettatori, incarna perfettamente lo spirito della nuova norma: l’obesità non è una sentenza, ma un terreno su cui la scienza, la medicina e la determinazione personale possono scrivere storie di cambiamento.
Per questo, il racconto umano e mediatico di Peppe Iannicelli diventa oggi il simbolo concreto di una legge che restituisce dignità e speranza. Dalla Drammatica cronaca del corpo alla celebrazione del coraggio, la sua voce si intreccia a quella di un Paese che finalmente riconosce, cura e valorizza.

L’INTERVISTA
Nessuno si salva da solo. L’obesità si affronta con cura, consapevolezza e coraggio.
Peppe Iannicelli
Dopo l’approvazione della Legge Pella, ritiene che la sua storia possa servire come modello di sensibilizzazione per chi vive l’obesità? La Legge Pella è un passo fondamentale perché finalmente inquadra l’obesità nella sua complessità, come una patologia clinica determinata da fattori genetici, metabolici, sociali e legati agli stili di vita. È un approccio a 360 gradi che riconosce il diritto alla cura e alla prevenzione, e offre strumenti concreti a chi vive questa condizione. Nel mio caso, la storia personale è diventata un esempio di speranza, ma ogni persona deve trovare la propria strada: non c’è un unico percorso, non esiste una dieta universale o un trattamento valido per tutti, ma delle linee guida che vanno seguite con costanza e rigore.
Nel suo percorso di rinascita, quale ruolo hanno avuto la sanità pubblica e l’équipe medica che l’ha seguita? Posso dire di aver avuto un’esperienza eccellente con il Servizio Sanitario Nazionale. L’importante è affidarsi a medici competenti e seguire con disciplina le loro prescrizioni. Da solo non si può uscire dall’obesità: è necessaria una rete fatta di professionisti, di affetti, di responsabilità condivisa. In questo percorso la famiglia e i colleghi di lavoro hanno avuto un ruolo fondamentale. L’obesità è una condizione che non si supera con la forza di volontà individuale: serve un sistema che accompagni, curi e sostenga nel tempo.
Ha mai vissuto forme di discriminazione a causa del suo peso, e come pensa che la nuova legge possa contrastare lo stigma sociale? Lo stigma sociale esiste, inutile negarlo. E anche noi, che viviamo l’obesità, abbiamo una parte di responsabilità nel modo in cui affrontiamo la nostra condizione. Il corpo è spesso oggetto di giudizio, soprattutto per chi, come me, lavora con il pubblico. A volte una parola di troppo può ferire, ma per chi è forte può anche essere uno stimolo a ripartire. Tuttavia, bisogna fare attenzione: quello che un adulto può sopportare, un bambino potrebbe subirlo come una ferita profonda. È per questo che giornate contro il body shaming devono servire a educare a una visione rispettosa del corpo, la nostra prima casa.
Che cosa ha provato nel passare da obeso gravissimo a tedoforo olimpico, e quale significato attribuisce a questa trasformazione? Il Comitato Olimpico ha in un certo senso riconosciuto il mio percorso come un simbolo di speranza e di riscatto. Non avrei mai immaginato di portare quella fiaccola: per me è stato come tornare a volare. Ricominciare a fare cose semplici – sedersi in aereo senza creare disagio al vicino, allacciare la cintura in auto senza prolunghe, camminare senza affanno – sono conquiste che valgono quanto una medaglia. È lì che capisci che la tua vita ti appartiene di nuovo.
Quale messaggio vuole lanciare oggi a chi lotta ogni giorno contro i chili di troppo, alla luce di questo riconoscimento storico? Riprendere in mano la propria vita è possibile, ma bisogna farlo subito. Diffidate dei miracoli: i risultati arrivano solo con il tempo, la disciplina e la giusta guida medica. Con la dieta costanza, i sacrifici vengono ripagati. Si riscopre il piacere di vestirsi, di camminare, di stare con gli amici. Ricordo le mie tre “M”: mangiare, ma mangiare meno e meglio. È un percorso che non finisce mai, ma che merita ogni passo. Nessuno si salva da solo: affrontare l’obesità è un atto di coraggio, di fiducia e di amore verso la vita stessa.







