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Stefano Dionisi premiato al trentennale del Premio Penisola Sorrentina

Stefano Michero by Stefano Michero
Aprile 21, 2026
Reading Time: 5 mins read
Nextenne presente a Sorrento, in occasione del trentennale del Premio Penisola Sorrentina | Dionisi si racconta in dialogo con Francesco Branchetti e ci accompagna in un cammino immersivo attraverso le pagine del suo "La barca dei folli. Viaggio nei vicoli bui della mia mente”

Nel panorama editoriale italiano contemporaneo, “La barca dei folli. Viaggio nei vicoli bui della mia mente” di Stefano Dionisi segna una tappa di coraggiosa trasparenza dove la voce autobiografica dell’autore si intreccia con la sua lunga esperienza d’attore.

Dionisi, romano, classe 1966 e interprete dalle molte sfumature, ha attraversato cinema e televisione con ruoli intensi e spesso dolorosi, come testimoniano le sue interpretazioni in “Farinelli”, “Il partigiano Johnny”, “Sostiene Pereira” con Marcello Mastroianni, e collaborazioni con registi dalla forte impronta autoriale come Gérard Corbiau, Roberto Faenza, Dario Argento, Nanni Moretti, Bigas Luna, in una carriera che supera le ottanta produzioni tra piccolo e grande schermo.

Questa sua poliedricità attoriale traspira nella scrittura: l’approccio stilistico di Dionisi è diretto, crudo, capace di restituire atmosfere e visioni quasi performative, dentro una narrazione che sfugge al pietismo e cerca la verità emotiva, la catarsi condivisa. Proprio come nel teatro e nel cinema, il libro diventa un palcoscenico di apparizioni e dissolvenze, dove i personaggi che popolano i reparti psichiatrici – Tacchi a Spillo, Sbrano, Ciuf Ciuf, il Conte, il Pilota – sono ombre compagne nella “commedia umana del ricovero”.

Le tematiche affrontate nel volume sono molteplici: dalla depersonalizzazione e alienazione del malato, alla monotonia ospedaliera fatta di ritualità terapeutica, dalla discesa agli inferi psichici alla rinascita dell’individuo che trova la forza di narrare, Dionisi compone una coralità sofferta e viscerale dove la fragilità è l’unica verità condivisa.

Questo tipo di letteratura non è mai un esercizio retorico. La testimonianza di Stefano è frutto di una gestazione lunga.

Io ho passato 10 anni in inferno e adesso posso parlare in maniera divertente: ha affermato Dionisi

Allo stesso modo, lo stile narrativo alterna registri di ironia graffiante e riflessione tragica, costruendo un tono che, pur toccando l’estremo, non indulge mai alla disperazione ma cerca il “lato divertente” anche nelle pieghe più oscure dell’esistenza

Tutte le storie che parlano di fragilità hanno il loro lato divertente e il tono del libro è anche questo.

La tensione tra realtà e finzione è costante, come nelle migliori prove d’attore di Dionisi: il confine tra il vissuto personale e la drammaturgia della mente dà vita a una narrazione stratificata, dove le psicosi non sono copia fedele di una “follia” stigmatizzata ma forme di sensibilità estesa, universi di possibilità sulla soglia della normalità.

Nessuno, tra i pazienti che ho conosciuto era folle, erano solo persone estremamente fragili.

L’opera si fa dunque veicolo di educazione, esperienza, perdono e riconciliazione con il proprio passato, anche nel senso relazionale. Dionisi collega la sua avventura psichiatrica al lavoro collettivo, all’ascolto e alla partecipazione affettiva, quasi fosse un ensemble teatrale privo di copione.

Il Premio Penisola Sorrentina, giunto quest’anno al suo trentesimo anniversario, ha scelto di premiare Dionisi il 25 ottobre. Nextenne ha incontrato Dionisi in un momento destinato alla stampa. Egli si è raccontato attraverso le domande del regista e attore Francesco Branchetti, voce raffinata e autorevole della scena teatrale nazionale. Il Premio Penisola Sorrentina, sapientemente organizzato da Il Simposio delle Muse, ogni anno valorizza eccellenze nel campo dell’audiovisivo e della cultura, sotto la guida appassionata ed elegante del patron Mario Esposito. Il Premio, che ha segnato la storia culturale del territorio, con l'edizione del trentennale ha consolidato una tradizione di attenzione verso le narrazioni più autentiche dell’umano. Branchetti, intervistatore sensibile e versatile, ha saputo mettere in luce la complessità e il coraggio di Dionisi, valorizzandone la capacità di “spiegare questa storia perché può essere utile”, come lo stesso attore e scrittore ribadisce.

“Ci sono persone che hanno problemi psicologici fortissimi, quindi il libro è una buona strada, anche attraverso le medicine, attraverso la terapia, attraverso l’esperienza, attraverso il rigore, attraverso la collocazione, così si può riuscire.”

“La barca dei folli. Viaggio nei vicoli bui della mia mente” è un testo che supera ogni barriera di genere letterario e di narrazione clinica, diventando gesto performativo, atto teatrale e cronaca poetica di una sopravvivenza. Il rapporto di Dionisi con il proprio mestiere di attore qui si trasfigura: la scena si fa pagina, il vissuto personale si fa corpo collettivo, e ogni follia è riscritta come diversità fragile, non copia, non stigma. Un flusso narrativo che richiama la densità interpretativa del suo lavoro nei film e nelle serie, restituendo al lettore e al pubblico un invito all’empatia e alla riflessione creativa.

È una storia che può essere utile. Secondo me, molto: ha concluso Dionisi, salutando i presenti.


Fotografie di SALVATORE GERARDI

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