Nextenne, presente al BIFF 2025, ha incontrato Aurora Ruffino e ha assistito alla presentazione del suo libro
Il Basilicata International Film Festival (BIFF), svoltosi a Rionero in Vulture sotto l'attenta direzione di Alberto Nigro e di tutta la sua grande squadra, è un appuntamento di rilievo nel panorama culturale italiano e rappresenta un palcoscenico privilegiato per la scoperta di autori e talenti emergenti che raccontano storie potenti e autentiche. Il festival si distingue per la capacità di coniugare la valorizzazione del territorio lucano con la vocazione internazionale, ponendo al centro narrazioni che indagano temi umani, sociali ed esistenziali con linguaggi innovativi.

In questo contesto si inserisce Aurora Ruffino, attrice di grande talento, nota per ruoli intensi e sfumati, che ha fatto il suo debutto letterario con il libro “Volevo salvare i colori“. Quest’opera è molto più di una semplice narrazione: è un viaggio emotivo e spirituale, un’esperienza narrativa capace di parlare al cuore dei lettori con una scrittura che mescola intensità, immediatezza e delicatezza stilistica.
Il libro racconta la storia di Vanessa, giovane donna segnata dalla perdita di sua madre il giorno della sua nascita, e della sua trasformazione attraverso un viaggio esistenziale e fisico, ispirato al lungo viaggio migratorio della farfalla Vanessa del Cardo. Un racconto di lutto, rinascita e consapevolezza, che utilizza la metafora della farfalla per descrivere la trasformazione del dolore in bellezza, in un’alchimia interiore che si fa anche ricerca di sé. La scrittura di Ruffino è intensa e coinvolgente, “una disattivazione del cervello” che lascia emergere immagini e sensazioni in un flusso liberatorio e catartico.

“Volevo salvare i colori” narra la storia di Vanessa, una giovane di vent’anni che vive annoverando dentro di sé un senso di colpa devastante: il giorno della sua nascita è anche il giorno in cui muore sua madre, e questo dolore segna la sua vita. Cresciuta dai nonni, Vanessa non riesce a liberarsi dall’ombra del lutto, convinta di non meritare la felicità. Ama le farfalle, creature che non hanno bisogno di una madre per nascere, e quando scopre la Vanessa del Cardo, una farfalla migratrice che compie il viaggio più lungo di tutte, sente l’urgente bisogno di partire. Il suo viaggio la conduce dalla Norvegia al Marocco, passando per una serie di incontri, prime esperienze d’amore e di vita, e tappe interiori fondamentali per elaborare il lutto. Come un metallo grezzo trasformato in oro dagli alchimisti, Vanessa riesce a convertire il proprio dolore in una nuova fonte d’amore. Per Aurora Ruffino, questo è stato anche un viaggio personale, un processo di scrittura che ha richiesto di “disattivare il cervello” e lasciarsi guidare dalle immagini e dalle emozioni più vere. Aurora descrive la scrittura come un atto di completa libertà emotiva in contrapposizione al rigore della recitazione. “Quando scrivo, piango io, rido io, amo io. È una sensazione di libertà totale.”

Il libro nasce da una ferita reale: la perdita della madre quando Aurora aveva cinque anni. Per anni introversa e incapace di esprimere le proprie emozioni, la recitazione è stata per lei una via di salvezza, un modo per aprire la porta delle emozioni represse, così come la scrittura si rivela oggi per lei uno strumento catartico e di auto-riflessione.
Durante la presentazione del libro al BIFF, un tema ricorrente è stato quello della “voce interiore”, un’intuizione che va oltre la razionalità e che guida nelle scelte di vita. Aurora ha raccontato aneddoti affascinanti, come l’incontro in Norvegia con un ragazzo identico al personaggio di Thomas del libro, una dimostrazione del potere delle “sincronicità”: coincidenze cariche di significato che superano la semplice casualità.
Per Jung, le “sincronicità” non erano semplicemente fenomeni ordinari che per caso accadevano nello stesso momento, ma indicavano una categoria particolare di coincidenze: fenomeni casuali il cui vero nesso era insito nel significato soggettivo che avevano per la persona o le persone coinvolte.
Il libro della Ruffino è un invito alla consapevolezza e alla rinascita, un percorso doloroso ma necessario per trasformare la sofferenza in un nuovo modo di amare e vivere. Aurora riflette sul valore della morte come parte naturale della vita e della sofferenza come fonte di gratitudine e bellezza, citando ancora Jung: “È impossibile vivere veramente in profondità senza ricordarsi che si deve morire.”
Il romanzo è un monito a vivere senza paura, abbracciando luce e ombra come componenti indivisibili dell’esistenza umana.

Aurora Ruffino con quest’opera ci offre una testimonianza intensa, uno sguardo profondo sull’elaborazione del lutto materno e sulla potenza della resilienza umana.
“Volevo salvare i colori” non è soltanto un libro: è un’esperienza immersiva, sensoriale ed emotiva che si legge a voce alta, lasciandosi trasportare dal ritmo e dall’autenticità delle parole, un dono prezioso che investe e trasforma il lettore.






