La vetta della classifica resta vuota
C’è un dato che colpisce prima di tutti gli altri: anche nel 2026 la vetta della classifica resta vuota. Nel Climate Change Performance Index (CCPI) non c’è ancora un Paese allineato pienamente alla traiettoria di 1,5°C. Subito dietro alle tre posizioni non assegnate, il podio “reale” parte dalla Danimarca (4ª) e dal Regno Unito (5°). L’Unione Europea, valutata come blocco, scivola al 20°. L’Italia arretra al 46° posto: tre posizioni in meno rispetto allo scorso anno e molte in meno rispetto a pochi anni fa.
Il CCPI, curato da Germanwatch, CAN e NewClimate Institute, misura la performance climatica di 63 Paesi più l’UE, cioè oltre il 90% delle emissioni globali. La valutazione si basa su quattro pilastri: andamento delle emissioni, sviluppo delle rinnovabili, uso dell’energia e politiche climatiche.
Il quadro europeo: luci e ombre
L’Europa si muove, ma a velocità differenti. Danimarca conferma la sua leadership continentale (4ª) spinta da rinnovabili e taglio delle emissioni; il Regno Unito resta tra i “virtuosi” (5°). La Spagna fa un passo avanti e si colloca in 14ª posizione, davanti alla Germania che arretra al 22°. L’UE nel complesso è 20ª, un gradino che racconta progressi non omogenei e soprattutto la fatica a trasformare gli obiettivi in attuazione rapida e capillare.
Focus Italia: dove perdiamo terreno
Scendendo nel dettaglio, la fotografia dell’Italia nel CCPI è quella di un Paese ancora sospeso tra annunci e risultati. Il punteggio peggiora soprattutto nella componente politiche climatiche, dove la valutazione è bassa: la distanza tra target, governance e cantieri aperti si sente. Anche sulle rinnovabili il giudizio resta debole: l’accelerazione c’è, ma non abbastanza per recuperare il ritardo e allineare la traiettoria agli obiettivi europei.
Nel periodo 1990-2023 le emissioni climalteranti italiane sono diminuite del 26.4% e con le politiche correnti, secondo le proiezioni Ispra, entro il 2030 sarà possibile una riduzione delle emissioni nazionali di solo il 42%, includendo anche gli assorbimenti. Ritardo dovuto anche alla crescita ancora lenta delle rinnovabili. Nel 2023 la quota del consumo da fonti rinnovabili, sul consumo finale lordo di energia, si è attestato ad appena il 19.6%, performance fortemente inadeguata a raggiungere l’obiettivo del 39.4% previsto dal PNIEC ( Piano Nazionale Integrato Energia e Clima). L’Ispra sottolinea, infatti, che il ritmo di crescita delle rinnovabili dovrebbe essere circa quattro volte superiore rispetto al passato per centrare l’obiettivo del PNIEC.
“Un Piano – commenta Mauro Albrizio, responsabile ufficio europeo Legambiente e inviato alla COP30 – poco ambizioso anche nelle soluzioni, che si nasconde dietro il dito del pragmatismo e della neutralità tecnologica posticipando il phase-out del carbone addirittura al 2038 e ricorrendo ancora una volta a false soluzioni (come la CCS e il nucleare) che faranno solo perdere tempo e risorse al nostro Paese, rischiando inoltre di rendere sempre meno competitiva l’Italia sia a livello europeo che internazionale”
L’analisi di Legambiente (partner nazionale del CCPI) non lascia spazi a dubbi: la revisione del PNIEC porta ad una riduzione prevista delle emissioni al 2030 pari a -44,3% (-49,5% includendo gli assorbimenti del LULUCF), sotto la traiettoria europea di almeno -55%. È qui che si annida gran parte del nostro arretramento: ambizione insufficiente e attuazione lenta su permessi, reti, accumuli, comunità energetiche e riqualificazione dei consumi.
Dati, voci, differenze
Nel documento di accompagnamento, Legambiente parla di “visione politica miope” e richiama la necessità di un’Italia hub delle rinnovabili: fonti pulite, infrastrutture di rete, sistemi di accumulo, efficienza. È il mix che caratterizza i Paesi “alto di classifica” e che oggi segna la differenza anche dentro l’UE, dove la Spagna sta risalendo grazie alla maggiore efficacia delle politiche e la Germania paga alcune scelte di transizione che rallentano il passo.
Analisi: cosa ci dice davvero il CCPI
Al netto delle classifiche, il CCPI è un cruscotto operativo. Quattro sono i messaggi che emergono guardando l’Italia:
1) Politiche e governance. Senza un PNIEC più ambizioso e stabile nel tempo, resteremo in una terra di mezzo: obiettivi intermedi raggiunti a fatica e incapacità di attrarre filiere industriali nella transizione.
2) Rinnovabili e reti. La velocità di connessione e i colli di bottiglia autorizzativi valgono quanto i MW installati. Rete, accumuli e flessibilità della domanda sono l’infrastruttura invisibile che separa i Paesi in testa da chi rincorre.
3) Consumi finali. Trasporti ed edilizia sono il banco di prova dell’elettrificazione “vera”: efficienza, pompe di calore, mobilità elettrica e servizi energetici devono passare dal dossier alle strade e ai cantieri.
4) Competitività. Chi sale in classifica non lo fa solo per “verde virtù”, ma perché riduce rischi (prezzo energia, sicurezza degli approvvigionamenti) e apre mercati industriali. La transizione è una politica industriale: o la guidi, o la subisci.
Conclusioni: una mappa di lavoro, non un verdetto
Il CCPI 2026 non ci consegna un’etichetta immutabile, ma una mappa di priorità. L’Italia può risalire, e in fretta, se mette a terra tre scelte chiare:
- Alzare l’asticella del PNIEC e blindare la stabilità regolatoria. Raddoppiare il ritmo di rinnovabili connessi, sbloccare reti e storage, fare delle CER uno strumento di comunità e non solo un titolo di carta. Ridurre i consumi nei settori energivori della vita quotidiana – case e mobilità – con incentivi chiari, filiere formate e tempi certi.
È una questione climatica, certo. Ma anche – e sempre più – di sicurezza energetica e competitività. Restare fermi significa pagare la transizione due volte: in bolletta e in perdita di opportunità.






