Mostra | 06 Luglio / 30 Ottobre 2025 | Relais Corte degli Aragonesi, Ischia (NA)

Nell’epoca in cui anche l’arte è chiamata a confrontarsi con le sfide ambientali, il lavoro di Felice Meo rappresenta un punto di incontro tra espressione artistica e responsabilità ecologica. Scultore originario di Ischia, Meo plasma il ferro riciclato in opere che sembrano dialogare con la memoria dei materiali e con quella collettiva, trasformando rottami industriali e scarti abbandonati in forme evocative e fortemente materiche.
La sua mostra – il cui titolo richiama in modo implicito la vitalità latente del metallo – si configura come un percorso immersivo che racconta una poetica della rigenerazione. Non si tratta solo di recuperare un materiale, ma di far emergere da esso storie, tensioni e armonie. Le sculture, spesso di grandi dimensioni, conservano i segni del tempo e delle lavorazioni precedenti, e sono assemblate con una sensibilità che tiene insieme gesto plastico e coscienza ecologica.
Meo adotta un linguaggio asciutto, privo di orpelli decorativi, ma carico di una forza simbolica profonda. Il ferro, apparentemente ruvido e inerte, viene restituito alla dimensione del vivente: si piega, si torce, si equilibra, assume posture quasi animali, a volte totemiche. Il processo artistico si trasforma così in atto di ascolto e restituzione: è il materiale stesso a suggerire la forma, in un dialogo silenzioso tra artista e scarto.
Questa ricerca si radica in un rapporto intenso con il territorio. Le opere di Meo non sono pensate per rimanere confinate in galleria, ma per abitare lo spazio urbano e naturale. Già installate in contesti pubblici – parchi, piazze, sentieri – esse innescano una riflessione sul paesaggio e sulla relazione tra uomo e ambiente. L’arte diventa così presidio etico, capace di generare nuovi sguardi e nuove pratiche sostenibili.
Al centro della mostra si staglia un nucleo potente di opere che ritraggono figure femminili africane, simboli di resistenza, identità e dignità. Queste sculture – alte, ieratiche, costruite con lamiere ossidate, bulloni e ferri contorti – incarnano una bellezza arcaica e senza tempo. I volti, appena accennati, e le pose slanciate evocano la forza silenziosa di madri, lavoratrici, guerriere. In esse, Meo intreccia la memoria del ferro con quella delle radici culturali africane, dando forma a una narrazione che unisce l’urgenza sociale del presente a un senso arcaico del sacro.
Il tema della mostra – incentrato sulla rinascita attraverso il recupero – trova così nelle figure femminili una potente metafora: come il ferro, anche i corpi e le storie delle donne rappresentate sono portatrici di ferite e di risorse, di resilienza e trasformazione. Un omaggio silenzioso e intenso alla femminilità come energia creativa e rigeneratrice.
La mostra si inserisce perfettamente in un filone contemporaneo che guarda al riuso non come escamotage estetico, ma come scelta radicale. In questo senso, Felice Meo non solo ridà vita al ferro, ma propone una visione del mondo: un mondo in cui anche ciò che è rotto, scartato o dimenticato può essere ricostruito in bellezza e significato.









