IFF 2025 | Le Masterclass presso la Colombaia di Visconti | Dalla Colombaia di Visconti, una masterclass sul tempo, il linguaggio e la libertà del Cinema italiano

Scrivere con la luce, pensare per immagini, raccontare il privato come gesto politico.
La masterclass tenutasi alla Colombaia di Luchino Visconti durante l’Ischia Film Festival 2025 ha riunito due voci centrali del cinema italiano contemporaneo: la regista Francesca Comencini e il direttore della fotografia Luca Bigazzi. Un dialogo finissimo, fitto e affilato, sul mestiere, sul senso dell’immagine e sulla tensione etica dell’atto cinematografico che Laura Delli Colli ha diretto magistralmente.
A rendere possibile questo incontro, nel luogo simbolico della Colombaia, è stato il lavoro visionario di Michelangelo Messina, direttore artistico dell’Ischia Film Festival, che ha creduto nel valore di un confronto generazionale e tecnico, grazie al quale il festival continua a essere uno spazio libero.
In fondo, la memoria dei luoghi dialoga sempre con le forme del racconto cinematografico.

La scelta della Colombaia non è stata casuale. Visconti, per Cristina Comencini, è un maestro spirituale, ma anche una presenza reale, tangibile: “Venivo qui da bambina con mio padre, e questa casa è per me un luogo della memoria che si intreccia con il cinema e con la vita”. È proprio quel nodo – tra sguardo, biografia e storia – che ha attraversato l’incontro. Francesca Comencini: il suo cinema è come sguardo che scava nelle mente e parla al cuore. Comencini ha raccontato la sua idea di regia come atto empatico. Dirigere significa entrare in risonanza con chi sta di fronte all’obiettivo, attraversare le emozioni per scardinarle. “Per me il cinema è sempre un atto di intimità. Ma anche quando è personale – e ‘Il tempo che ci vuole’ lo è in modo radicale – non smette mai di essere politico. Perché raccontare una figlia e un padre, la vergogna, la dipendenza, la fragilità, è raccontare ciò che nella società è invisibile”. Lo sguardo artistico della Comencini è profondo, dolce, magnetico. È uno scavo nelle pieghe dell’identità, nel non-detto, nella contraddizione. La sua riflessione sul rapporto tra padri e figlie – “il più rimosso, il meno raccontato” – è stata al centro di gran parte della masterclass, toccando corde personali e universali. “Ogni donna ha un suo paese di figlia dentro di sé. Che quel padre sia stato presente o assente, dolce o ingombrante, resta un legame fondativo. Ma nel nostro cinema non si racconta”.
La luce è protagonista. La luce è sempre non una scelta, ma la scelta. Luca Bigazzi, ironico, rigoroso, in bilico costante tra sottrazione e sperimentazione, ha raccontato la sua “anti-formazione” tecnica e la centralità di un gesto etico.
“Non ho mai studiato tecnicamente come si illumina un set. Ho sempre cercato la verità dell’attore, la necessità dell’inquadratura. Accendere una luce senza che serva è un crimine contro il tempo e contro il film.” In Bigazzi il gesto visivo è sempre parte di una visione del mondo. “Preferisco girare con tre camere leggere, senza luci, senza bandiere, con la luce naturale, anche una sola candela se serve. Perché il centro deve essere l’attore, non l’apparato. E il digitale, da questo punto di vista, ci ha liberato”.
Tempo e libertà sono stati i due poli ricorrenti della conversazione. “Il tempo sul set è tutto”, ha detto Comencini. “Ogni minuto va protetto, vissuto, e non controllato. Il cinema che facciamo noi non è storyboard, non è incastro visivo. È accadimento. È energia. È improvvisazione sorvegliata”. Bigazzi ha rilanciato: “Lavorare con una regista come Francesca significa condividere una visione. E decidere insieme dove non mettere la macchina da presa, cosa escludere, cosa lasciare fuori campo. La scelta è anche omissione”.
Nel racconto della loro collaborazione – da Lo spazio bianco a Mi piace lavorare, fino a Il tempo che ci vuole – emerge una grammatica condivisa, fatta di ascolto, sottrazione e cura. “Con Francesca – dice Bigazzi – si lavora senza rete, ma con grande rigore. Abbiamo girato in digitale film che sembrano in pellicola, con una sola sedia a rotelle per muovere la macchina, eppure con una precisione assoluta sullo sguardo”.
A condurre la masterclass, con sapienza e passione, è stata una superlativa Laura Delli Colli, giornalista, scrittrice, presidente del Sindacato Giornalisti Cinematografici Italiani e dei Nastri d’Argento. Con la sua esperienza e sensibilità, ha costruito un dialogo autentico, capace di tenere insieme il percorso professionale e quello umano dei due ospiti. I suoi spunti di riflessione, spesso nati da memorie condivise, hanno guidato il pubblico dentro il tessuto profondo della chiacchierata, svelandone i sottotesti e il lavoro nascosto.
L’incontro si è chiuso con un appello, rivolto alle nuove generazioni e, in particolare, agli Studenti dell’Accademia delle Belle Arti: “Fate film – ha detto Bigazzi – non importa con che mezzo. Anche un cellulare basta. Ma fateli. Perché il Cinema ha bisogno di verità, non di dispositivi”. E Comencini ha aggiunto: “Serve una nuova urgenza politica. Non nelle parole, ma negli occhi. Raccontare oggi è ancora un atto rivoluzionario”.
Alla Colombaia di Visconti, il tempo del Cinema – quello che resiste, che guarda e che trasforma – ha trovato voce nella passione lucida e nella memoria viva di due artisti che hanno scelto, da sempre, di non voltarsi dall’altra parte.








