Immagina edifici che non si degradano, ma ringiovaniscono. Il Pantheon, ad esempio.
Il Pantheon di Roma è uno degli edifici più iconici e meglio conservati dell’antica Roma. Originariamente costruito come tempio dedicato a tutte le divinità romane (“Pan-theon” significa “di tutti gli dèi”), fu completato da Adriano intorno al 126 d.C. La sua caratteristica più sorprendente è l’enorme cupola in calcestruzzo non armato, la più grande mai costruita fino all’età moderna, con un’apertura circolare al centro chiamata oculo, unica fonte di luce naturale.
Nel VII secolo, il Pantheon fu convertito in chiesa cristiana, Santa Maria ad Martyres, e questa conversione ha contribuito in modo significativo alla sua straordinaria conservazione. Oggi è un’attrazione turistica di primaria importanza, oltre che un luogo di culto attivo e un mausoleo per importanti figure italiane, tra cui il pittore Raffaello e diversi re d’Italia. La sua architettura ha influenzato innumerevoli edifici in tutto il mondo ed è una testimonianza del genio ingegneristico romano.
Appunto, il Pantheon, col suo imponente sorriso di 2.000 anni, racconta una storia straordinaria: i Romani avevano scoperto un cemento in grado di auto‑guarire le crepe, mantenendosi saldo nel tempo. Durante la miscelazione a caldo, la calce viva restava in frammenti solidi nei blocchi. Questi funzionano come “cellule riparatrici”: acqua entra nelle crepe, attiva la calce, che si dissolve per poi reincrostarsi in calcite o composti leganti, sigillando i danni. Nel cemento marino i minerali come tobermorite si formano nel tempo grazie alla reazione tra cenere vulcanica e acqua di mare. Questi nuovi cristalli rendono il materiale non solo durevole, ma forte nel lungo termine.
Il cemento romano, ricapitolando, possiede effettivamente proprietà di “autoriparazione”, grazie alla presenza di “lime clasts” – frammenti di calce viva generati durante un processo di “hot mixing”. Questi cristalli reagiscono con l’acqua, dissolvendosi e riformando calcite o nuovi minerali come il C‑A‑S‑H (calcium-aluminium-silicate-hydrate), che riempiono le crepe e consolidano la struttura. Mescolando calce viva con cenere vulcanica e acqua a caldo, i Romani creavano inclusioni calcaree che fungevano da “cellule riparatrici”. Quando si creano fessure, l’acqua attiva questi frammenti, innescando reazioni che sigillano le crepe. Nei materiali esposti all’acqua di mare, si formano cristalli di aluminous tobermorite e phillipsite, che aumentano la resistenza nel tempo.
Il Pantheon, pertanto, non solo è un monumento da ammirare, ma un modello per l’edilizia del futuro. Riprendere l’intelligenza empirica dei Romani potrebbe essere la chiave per superare i limiti del cemento moderno e costruire un mondo più sostenibile. Dobbiamo guardare al passato per costruire meglio il domani.
I ricercatori stanno copiando questo approccio: si stanno sperimentando malte hot-mixed con lime clasts per ottenere calcestruzzo con vita utile aumentata e minore impatto ambientale. Aziende e start‑up stanno brevettando versioni moderne, con riduzione significativa delle emissioni da cemento.
Questa tecnologia antica è un tassello per un’edilizia circolare: costruzioni che si autoriparano, durano più a lungo e riducono l’inquinamento grazie a minori demolizioni e nuove costruzioni.







