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Su Netflix, l’arte orafa di Riccardo Penko illumina il set del film “La ballata di un piccolo giocatore”

Stefano Michero by Stefano Michero
Aprile 21, 2026
Reading Time: 6 mins read


Nel grande palcoscenico del cinema, come nella vita, ognuno di noi interpreta un ruolo che non sempre ha scelto, ma che prova, ostinatamente, a riscrivere. Indossiamo volti e parole, ci muoviamo tra verità e finzione, nel fragile equilibrio tra ciò che desideriamo mostrare e ciò che cerchiamo di nascondere. E in questo continuo gioco di luci e ombre, sono spesso gli oggetti a custodire la nostra parte più autentica: amuleti, simboli, piccoli segni che diventano confessioni silenziose, specchi dell’anima più che ornamenti.

C’è chi, in questo teatro del destino, decide di rischiare tutto, perfino sé stesso, pur di non rinunciare a un sogno. Ma quanto costa davvero un desiderio? E fino a dove siamo disposti a spingerci per afferrarlo, sapendo che ogni conquista può avere il sapore della perdita? Domande che trovano eco nel film La ballata di un piccolo giocatore, il nuovo capolavoro di Edward Berger con un magnetico Colin Farrell, tratto dall’omonimo romanzo di Lawrence Osborne e disponibile su Netflix dal 29 ottobre.


Un’opera raffinata, che non parla soltanto di gioco o fortuna, ma di smarrimento, di seduzione, di quella febbre che spinge l’uomo a sfidare se stesso pur di sentirsi vivo. Sul fondale, una Macao opulenta e ingannevole, sospesa tra luce e oscurità, dove ogni passo è un azzardo e ogni sguardo può trasformarsi in un destino da giocare. In questo universo di sogno e perdizione, i gioielli non sono semplici accessori di scena: diventano frammenti di storia, scintille di vita e di memoria. Custodiscono segreti, bruciano di desiderio, raccontano ciò che le parole non dicono. A idearli è Riccardo Penko, erede della celebre tradizione orafa fiorentina della bottega di Paolo Penko, che con devozione e maestria ha trasmesso ai figli Riccardo e Alessandro l’essenza più pura dell’artigianato d’arte.

Da Firenze al cinema internazionale, il giovane artista modella la luce come fosse materia viva, fondendo tecnica e poesia, oriente e occidente, tempo e memoria.

In profonda sintonia con la costumista Lisy Christl e con la visione autoriale di Edward Berger, Riccardo trasforma il gioiello in linguaggio cinematografico: le sue creazioni sono dialoghi silenziosi, simboli che respirano accanto ai protagonisti. La giada, emblema di rinascita, e l’agata, pietra di equilibrio e tormento, segnano il confine tra grazia e abisso, tra speranza e ossessione. E poi c’è la fenice, incisa come un sigillo segreto sul cuore del protagonista: simbolo dell’uomo che arde e rinasce, cercando nel rischio la propria verità. Nelle sue opere, l’arte orafa fiorentina si eleva oltre la tecnica, diventando una lingua del sentire, un ponte tra la luce e l’invisibile, tra la materia e l’anima. Non più solo mestiere, ma poesia forgiata nel metallo, memoria che vibra di destino. È l’eternità che s’inchina alla bellezza, e la bellezza che, nel riflesso di un gioiello, osa sfidare l’immensità dell’animo umano.


Nextenne ha dialogato con Riccardo Penko. Con lui abbiamo parlato del profondo rapporto tra arte, cinema e
materia preziosa, e di come i suoi gioielli siano diventati parte integrante del linguaggio visivo del film, trasformandosi in simboli di destino, potere e rinascita.

L’INTERVISTA


In che modo è nato il legame artistico con Edward Berger e la costumista Lisy Christl nella realizzazione dei gioielli del film? Per La ballata di un piccolo giocatore, come già accaduto con Conclave, si è creata da subito una sintonia profonda con Edward Berger e con Lisy Christl. Lavorare con loro significa entrare in un dialogo creativo autentico, dove ogni intuizione si trasforma in materia. Non volevamo semplici gioielli di scena: dovevano nascere da zero, appartenere davvero al mondo del film. Macao è un universo sontuoso e ingannevole, dove la fortuna si confonde con la solitudine. In questo
contesto, i gioielli diventano specchi dell’anima: simboli di potere, illusione, desiderio. Per Lord Doyle, il protagonista, abbiamo
intrecciato la tradizione orafa europea con quella cinese, fondendo due estetiche, due visioni, due destini. Ogni creazione racconta così la rinascita e la caduta, l’ossessione e la speranza, diventando un frammento tangibile del percorso dei personaggi.

C’è una pietra che meglio di altre rappresenta l’anima del film? Abbiamo scelto il verde, ma in due sfumature diverse, per raccontare le due anime della storia. La giada, imperiale e ipnotica, è il simbolo della rinascita e dell’illusione: appartiene alla cultura orientale, ma nel film diventa ponte tra mondi, una presenza silenziosa che accompagna i personaggi e ne riflette le emozioni. Per Lord Doyle, invece, abbiamo scelto un’agata verde, più severa, quasi britannica, ma capace di evocare lo stesso magnetismo interiore. È la pietra del destino e della tensione, del desiderio e della perdita. Il suo colore racchiude tutto: la fortuna, la follia, la speranza che sopravvive anche quando tutto sembra crollare.
Tra le tue creazioni, ce n’è una che consideri il cuore simbolico del film? Sì, la fenice. È il segno più intimo e potente di tutta la storia. L’abbiamo incisa come stemma personale di Lord Doyle e fatta comparire anche nei dettagli più nascosti: sui suoi abiti, sulle pantofole, persino nei riflessi del suo sguardo. La fenice non è solo un ornamento, ma la sua ombra: l’emblema di un uomo che muore e rinasce, che si reinventa per sopravvivere. Ogni sua puntata al tavolo da gioco è una rinascita, ogni perdita una purificazione. È la metafora perfetta di un’esistenza che si consuma tra desiderio e redenzione.
Il protagonista Lord Doyle interpretato da Colin Farrell ha una presenza scenica magnetica. Come si è rapportato ai tuoi gioielli durante le riprese? Colin Farrell ha compreso da subito che i gioielli non erano semplici accessori, ma parte integrante del suo linguaggio scenico. Non li ha indossati: li ha abitati. Ogni dettaglio dialogava con i suoi movimenti e con i suoi silenzi. I gioielli diventavano un’estensione del suo personaggio, un modo di comunicare la sua complessità interiore.
In scena, li sentiva vivi e questo li ha resi ancora più veri. Credo che sia proprio qui la magia del cinema: quando la materia inizia a respirare insieme all’attore.

La tua formazione fiorentina è evidente nel lavoro. In che modo l’eredità dell’arte orafa della tua città si riflette nel tuo approccio? La scuola orafa fiorentina ci ha insegnato che dietro ogni dettaglio si nasconde un universo. Non basta la precisione tecnica: serve l’ascolto della materia, la capacità di farla parlare. Questo spirito ci ha permesso di unire copione, costume e creazione in un unico linguaggio, dove il gioiello non è decorazione ma racconto. Negli orecchini di Dao Ming, ad esempio, abbiamo usato madreperle lavorate con tecniche antiche e reinterpretate in chiave contemporanea, per evocare quell’alchimia tra Oriente e Occidente che attraversa tutto il film. Quando conosci davvero la materia e ne rispetti la memoria, il gesto non è più una scelta: è destino.
Guardando avanti, credi che il cinema possa diventare una nuova casa per l’arte orafa italiana? Assolutamente sì. È ciò che più mi emoziona di questo percorso. Il gioiello e il costume raccontano entrambi, ma in modi diversi: evocano, proteggono, rivelano. Penso che il cinema sia un palcoscenico ideale per far vibrare questa doppia anima. Ogni creazione è un piccolo frammento di tempo che parla di chi la indossa e del mondo che attraversa. A febbraio inizieremo un nuovo film, sempre con Berger e Christl, in un contesto storico completamente diverso. Sarà un viaggio tra epoche e sensibilità, un
modo per continuare a crescere non solo come artigiani, ma come narratori di luce e materia. Perché, in fondo, ogni gioiello è una storia che brilla nel tempo, capace di attraversare lo schermo e di restare impressa come un’emozione che non smette di vivere
.

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