Articolo della Dottoressa Luana Randazzo
Consigliere per le Relazioni Internazionali del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e dell’Amministratore Delegato di Acquirente Unico
Clima e potere: la nuova geopolitica del cambiamento climatico
Il cambiamento climatico non è più solo una questione ambientale o scientifica. È diventato un fattore geopolitico centrale, capace di ristrutturare equilibri internazionali, ridefinire interessi strategici, generare conflitti o, al contrario, promuovere nuove forme di cooperazione. In un’epoca in cui le frontiere dell’energia, della sicurezza e dell’ambiente si sovrappongono, la geopolitica del cambiamento climatico rappresenta una delle sfide più complesse e decisive del XXI secolo.
Il clima entra nella stanza dei bottoni
Come nota lo studioso francese François Gemenne, autore del volume The Geopolitics of Climate Change, “il cambiamento climatico è una forza trasformatrice che agisce su scala globale, ma con impatti profondamente diseguali”. Le sue conseguenze non si limitano all’ambiente: riguardano la disponibilità di acqua, la sicurezza alimentare, le migrazioni, la stabilità politica. In breve: riguardano il potere.
Le grandi potenze mondiali non ignorano questo nesso. Negli Stati Uniti, il Dipartimento della Difesa considera da anni il cambiamento climatico un “moltiplicatore di minacce” (threat multiplier), capace di aggravare instabilità preesistenti. Lo stesso vale per l’Unione Europea, che ha inserito la crisi climatica tra i temi strategici della sua politica estera e di sicurezza.
Nuove mappe, nuove tensioni
La dimensione geografica del cambiamento climatico è evidente: i suoi effetti non si distribuiscono in modo uniforme. Alcune aree del mondo – l’Africa subsahariana, il Medio Oriente, l’Asia meridionale – sono particolarmente vulnerabili, sia per la loro esposizione fisica, sia per la fragilità socio-politica. In queste regioni, la scarsità di risorse come l’acqua o la terra coltivabile può intensificare tensioni esistenti, alimentare conflitti interni o transfrontalieri, e generare flussi migratori incontrollabili.
Secondo gli studi del think tank International Crisis Group, le crisi climatiche sono spesso “fattori aggravanti” di guerre civili e instabilità politica, anche se raramente ne sono la causa diretta. Tuttavia, in un mondo globalizzato, le conseguenze si propagano velocemente: la sicurezza climatica diventa sicurezza globale.
La corsa all’Artico: ghiaccio e potere
Una delle manifestazioni più evidenti della geopolitica climatica è la “corsa all’Artico”. Lo scioglimento dei ghiacci sta aprendo nuove rotte marittime e rendendo accessibili risorse energetiche finora inaccessibili. Stati come Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia e persino la Cina (che si definisce “near-Arctic state”) hanno intensificato la loro presenza e le rivendicazioni nella regione.
Il geografo Klaus Dodds, nel suo libro Geopolitics: A Very Short Introduction, sottolinea che “l’Artico è oggi un banco di prova per il futuro equilibrio tra cooperazione internazionale e competizione strategica”. In gioco ci sono idrocarburi, rotte commerciali e influenza globale.
Clima e migrazioni: una sfida strategica
Un altro nodo centrale è il legame tra clima e mobilità umana. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), entro il 2050 potrebbero esserci fino a 200 milioni di migranti climatici. L’innalzamento del livello del mare, la desertificazione, le ondate di calore e gli eventi climatici estremi costringono milioni di persone a lasciare le loro terre.
Questi spostamenti non avvengono nel vuoto: attraversano confini, scuotono equilibri demografici, sollevano tensioni politiche. In molte regioni, la gestione delle migrazioni climatiche diventa una questione di sicurezza nazionale. E le risposte – che siano militarizzazione delle frontiere, accordi di contenimento o strategie di adattamento – sono profondamente politiche.
Transizione energetica: cooperazione o conflitto?
La lotta al cambiamento climatico implica una trasformazione radicale dei sistemi energetici. La transizione verso le energie rinnovabili è necessaria, ma non è neutrale: comporta vincitori e vinti, nuovi equilibri geopolitici e nuove dipendenze.
Lo studioso Michael T. Klare, nel suo libro All Hell Breaking Loose, ha messo in luce come la decarbonizzazione possa ridurre il potere delle petromonarchie o dei grandi esportatori fossili, ma al tempo stesso creare nuove tensioni per il controllo di risorse critiche (come litio, cobalto, terre rare) indispensabili per batterie, pannelli solari e tecnologie verdi.
Queste risorse si trovano spesso in Paesi politicamente instabili, o in aree geograficamente delicate (come il Congo, il Cile o il Mar Cinese Meridionale). La “geopolitica dei minerali” è una delle sfide emergenti più rilevanti del prossimo decennio.
Italia e Mediterraneo: un fronte climatico e geopolitico
Anche l’Italia è direttamente coinvolta nella geopolitica del cambiamento climatico. Il Mediterraneo è uno dei punti più caldi del pianeta: il riscaldamento è qui più rapido della media globale, con impatti su agricoltura, turismo, disponibilità idrica e migrazioni.
La posizione strategica dell’Italia nel cuore del Mediterraneo e la sua interconnessione energetica con Africa e Medio Oriente la pongono al centro delle dinamiche geopolitiche legate alla transizione energetica. Il potenziamento delle interconnessioni elettriche, lo sviluppo delle energie rinnovabili offshore e il ruolo di hub del gas naturale (anche attraverso i gasdotti TAP, EastMed, Poseidon) sono elementi chiave della sua strategia.
Una nuova geopolitica per un nuovo mondo
La geopolitica del cambiamento climatico ci costringe a ripensare il potere in termini non più soltanto militari o economici, ma anche ecologici. Come ha scritto l’antropologo Bruno Latour, “non viviamo più semplicemente sulla Terra, ma contro una Terra che reagisce”.
Affrontare questa nuova condizione significa sviluppare forme di governance multilaterale, rafforzare le istituzioni internazionali, investire nella resilienza e nella giustizia climatica. Significa anche saper leggere le interdipendenze tra ambiente e potere, tra natura e politica.
In un mondo segnato da tempeste sempre più frequenti – non solo meteorologiche – capire la geopolitica del clima non è più un’opzione. È una necessità.
Articolo della Dottoressa Luana Randazzo






