L’intelligenza artificiale a scuola si sta confermando come strumento di supporto alla didattica, non come sostituto del docente. A sostenerlo è Andrea Cartotto, insegnante di scuola secondaria di primo grado e divulgatore della provincia di Imperia, impegnato nella formazione dei colleghi docenti su scala nazionale, con focus su didattica digitale e IA.
Il quadro di riferimento, secondo Cartotto, è cambiato con le linee guida emanate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito ad agosto 2025 (versione 1.0), che formalizzano un approccio “antropocentrico”. L’idea di fondo è netta: la tecnologia “impara”, ma l’addestramento e il controllo restano responsabilità umana.
In breve
- Le linee guida MIM (agosto 2025, v1.0) indicano un approccio antropocentrico all’IA
- Un esempio di intelligenza artificiale a scuola: chatbot educativo per studiare la Divina Commedia “conversando” con Dante
- Prompt precisi: il comando determina qualità e limiti dell’output
- “Allucinazioni” strutturali: nessuna IA è a errore zero
- Agenti IA: per Cartotto non sostituiscono il docente, per la complessità “cognitiva + emotiva”
Intelligenza artificiale a scuola e linee guida MIM
Nextenne: La scuola è pronta per usare l’intelligenza artificiale nel lavoro quotidiano?
Andrea Cartotto: Le linee guida del Ministero dell’Istruzione e del Merito, uscite ad agosto 2025 (versione 1.0), chiariscono un punto: “per la prima volta” si parla di un approccio antropocentrico. Per Cartotto serve anche a spiegare ai più scettici che l’IA “non è altro che una macchina che impara”. Se la macchina impara, allora “la massima cura va posta nell’addestramento” e la responsabilità ricade sull’essere umano.
Nel perimetro culturale, Cartotto richiama Paolo Benanti, autore di “L’uomo è un algoritmo?”, e Luciano Floridi. Sul piano pratico rivendica una sperimentazione avviata quando il tema era ancora marginale, citando i primi corsi a Didacta Italia (Firenze). Un punto fermo, nella sua lettura, è la formazione: senza competenze diffuse, l’intelligenza artificiale a scuola resta un oggetto “opaco” per docenti, studenti e famiglie.
Chatbot didattici ed esempi in classe
Nextenne: Come si integra l’IA nella didattica quotidiana, senza trasformarla in scorciatoia?
Andrea Cartotto: I modi sono diversi. Cartotto cita due buone pratiche nazionali pubblicate su BRICS, rivista ufficiale di AICA. Tra gli esempi, evidenzia un chatbot “addestrato in modo educativo-didattico” per imparare la Divina Commedia conversando con Dante Alighieri. Le domande sono dirette, da classe: «Dante, ma com’è andata poi con Beatrice?»; «Dante, non ho capito questo passaggio, me lo rispieghi?».
Il punto non è “delegare” l’insegnamento, ma creare momenti guidati di conversazione educativa. Qui entra il tema dei limiti: “le macchine non possono essere perfette”. Cartotto insiste su una premessa operativa: le macchine “hanno le allucinazioni” e “sbagliano senza ammetterlo”. Questa è una delle prime regole pratiche, quando si parla di intelligenza artificiale.
Intelligenza artificiale a scuola: prompt, comandi e allucinazioni
Nextenne: Un prompt mediocre produce un risultato mediocre?
Andrea Cartotto: Sì, tra «Crea l’immagine dell’estate» e una richiesta descrittiva (“un golfo tranquillo”, “barca a vela in primo piano”, “persone sdraiate sulla sabbia”) “c’è una enorme differenza”. Il prompt preciso restringe il campo d’azione e spinge la macchina a replicare il comando con maggiore coerenza. Più che “intelligenza artificiale” si potrebbe parlare di “emulazione probabile” ma non lo capirebbe nessuno.
Nextenne: Un esempio locale di errore?
Andrea Cartotto: mi ricordo un test con Gemini di Google in modalità conversazionale: alla domanda sui comuni vicini a Sanremo, Vallecrosia viene resa come “Valle crosìa” con un evidente errore sull’accento. Alla correzione, la macchina ringrazia (“Grazie, so di aver sbagliato”) e chiude con una spiegazione che conferma l’errore: “cambiando l’accento diventa Valle Crosìa”. È utile proprio perché ci mostra i limiti e obbliga a porci in modo critico, anche quando l’intelligenza artificiale a scuola sembra “sicura”.
Classe 3.0 e sperimentazione a Sanremo
Nextenne: Quale fascia d’età è più interessata?
Andrea Cartotto: Non esiste un target perfetto. I primi risultati di rilievo, racconta, sono arrivati all’Istituto comprensivo Sanremo Levante, nel format “classe 3.0”: ragazzi tra 11 e 13 anni con dispositivi digitali curricolari usati a casa e a scuola. Il format si è sviluppato anche grazie a Fondazione Franchi, dove faccio parte del comitato tecnico-scientifico.
La sperimentazione sulle terze medie, spiega, si collega ai contenuti di storia e al passaggio su Alan Turing, il “papà dell’intelligenza artificiale”, una figura complessa. Mi piace definirlo: “un cubo di Rubik umano”. La sua eredità aiuta a capire come “una macchina possa lavorare” e perché gli sviluppi attuali dipendano anche da potenza di calcolo e risorse economiche.
Agenti IA: perché il docente resta centrale
Nextenne: Gli agenti IA possono sostituire l’insegnante?
Andrea Cartotto: La risposta è “categorica”: no. Il motivo è nella natura del lavoro docente, definita come “intelligenza stratificata”: cognitiva ed emotiva. Anche ammettendo agenti in grado di simulare stili “empatici” o “carismatici”, resta il problema dell’addestramento: cosa entra nella “scatola digitale” e cosa inevitabilmente resta fuori. Ci sono una infinità di esperienze e variabili non codificabili pienamente nella carriera di un insegnante: alunno iperattivo, quello fragile, il plusdotato, oppure quello con disturbo specifico dell’apprendimento. Ognuno è un caso a sé. L’intelligenza artificiale a scuola non esaurisce la complessità della relazione educativa.
Intelligenza artificiale a scuola: il messaggio agli studenti
Nextenne: A cosa devono stare attenti studenti e famiglie?
Andrea Cartotto: Uno studente che ignora l’IA, o la riduce a “ChatGPT”, sta clamorosamente sbagliando e rischia di perdere un vantaggio competitivo di apprendimento. L’uso corretto, nella sua formula, è chiaro: non “al posto mio”, ma “con me”. È qui che l’intelligenza artificiale a scuola, nella sua lettura, trova un senso operativo: accorciare i tempi e migliorare la qualità dell’apprendimento, senza dismettere il controllo umano.






