Al Cilento Etno Festival 2025, in Piazza Lorenzo Padulo, la voce intensa e luminosa di Noa (Achinoam Nini) ha attraversato il cuore del pubblico. L’artista israeliana, accompagnata dal chitarrista Gil Dor, è stata la protagonista della seconda serata del festival dedicato alla musica, all’identità e alla cultura del territorio cilentano. Durante il concerto, un momento inatteso e potente: Noa ha interrotto la sua esibizione per ascoltare le campane che suonavano in segno di pace. Un gesto condiviso e sentito dalla comunità presente.

L’intervista che segue, a cura di Grazia Serra, nasce da quell’atmosfera di emozione e silenzio. L’artista ritrova la giornalista dopo il loro primo incontro a Casa Sanremo, dove Noa era tornata sul palco a trent’anni dal suo debutto all’Ariston, portando ancora una volta un messaggio di pace e fraternità.
L’INTERVISTA A CURA DELLA GIORNALISTA GRAZIA SERRA
Noa, questa sera ci hai regalato emozioni uniche. La tua musica arriva dritta al cuore e il calore del pubblico è palpabile. Grazie a voi, davvero. È un grande onore per me essere qui. Lo considero un dono, perché noi ci siamo conosciute quest’inverno a Casa Sanremo, dove sono tornata dopo trent’anni dalla mia prima volta sul palco dell’Ariston. Ero con Mira Awad, per un momento davvero emozionante.
Anche lì hai aperto il Festival con un messaggio di pace. Che momento è stato per te? È stato un momento molto importante. Avere l’opportunità di essere in un evento così significativo per l’Italia – che considero la mia seconda casa – è stato un grande privilegio. Ho fatto concerti in 52 Paesi, ma l’Italia è sempre al primo posto nel mio cuore. Sono innamorata di questo Paese, e ringrazio la direzione di Sanremo, Carlo Conti e tutto lo staff per averci scelto. È una visione per il futuro in tempi di buio: una cantante israeliana e una palestinese che cantano insieme in inglese, ebraico, arabo e anche un po’ d’italiano. È questo il messaggio di pace che vogliamo condividere.
Quando hai capito che la tua voce poteva essere più di un talento, uno strumento per gli altri? Tre eventi hanno cambiato il mio modo di vedere la musica. Il primo è stato cantare per Papa Giovanni Paolo II in Vaticano. Gil Dor e io siamo stati i primi israeliani a esibirci in Piazza San Pietro. È stato un momento che mi ha cambiato la vita: abbiamo cantato l’Ave Maria di Bach e Gounod, ma con liriche che avevo scritto io, una preghiera personale per la pace. Quella canzone ha abbattuto muri tra religioni e culture. Il secondo momento è legato a La vita è bella di Roberto Benigni. Perché, amici miei, quella non è solo un film: è una filosofia di vita. La bellezza e l’amore dello spirito umano possono superare tutto. Dobbiamo ricordarlo ogni giorno. Il terzo è accaduto nel 1995, durante una grande manifestazione per la pace in Israele. Ero sul palco con Gil Dor, pochi minuti prima che il Primo Ministro Yitzhak Rabin fosse assassinato. Quel terribile evento mi ha segnato per sempre. In quel momento ho deciso che avrei lavorato per la pace, anche pagando un prezzo. Ma ne vale la pena. Sempre.
Hai detto prima che “non siamo tutti colpevoli, ma tutti responsabili”. Dove stiamo sbagliando oggi? La situazione è terribile, catastrofica. Dobbiamo lavorare insieme, come un’unica famiglia umana. Tutte le nazioni devono fermare questa guerra: la responsabilità è collettiva. Un amico palestinese mi ha detto una volta: “Quando punti il dito verso qualcuno, tre dita sono rivolte verso di te”. È facile accusare, ma ognuno deve agire. Non basta parlare: bisogna fare. Oggi la polarizzazione e la violenza del discorso sono terribili. Io credo nella posizione della pace: israeliani e palestinesi devono lavorare insieme, non cancellarsi a vicenda. Due popoli, due nazioni, ma insieme. Credo che la Palestina debba essere libera, così come il mio popolo. Siamo ostaggi di estremisti, da entrambe le parti. Ma le persone semplici – bambini, donne, uomini – vogliono solo vivere in pace. Dobbiamo lavorare insieme, anche con l’aiuto dei nostri amici italiani.
E i tuoi progetti futuri? Abbiamo un progetto per l’anno prossimo: un festival a Firenze che si chiamerà Reimagine Peace, immaginare di nuovo la pace. L’idea è mostrare quante persone lavorano davvero per la pace: scrittori, poeti, artisti, chef, israeliani e palestinesi insieme. Oggi vediamo solo odio e violenza, ma dobbiamo guardare avanti. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Europa ha costruito la sua unione partendo dalle macerie. Ora tocca a noi costruire la pace tra israeliani e palestinesi. Non possiamo più dire “non è il momento”: il momento è adesso. La speranza deve essere contagiosa. Quando parli di pace, pensi alla pace, agisci per la pace — allora la crei. Questo è il senso del nostro festival, che si terrà il 9 e 10 maggio 2026. Vi aspetto tutti.
Intervista a cura di Grazia Serra







